Un rivoluzionario a piede libero

di Lunobi su , , - 28/05/09 21:09
Liberato oggi verso le 17 Julien Coupat, leader della comune di Tarnac, nella Francia centrale, considerata responsabile di sabotaggi ai treni ad alta velocità. Imprigionato senza prove il 15 novembre con l'accusa di terrorismo, si è guadagnato le simpatie della stampa francese, nonostante le sue posizioni apertamente insurrezionaliste. Ne traduciamo l'ultima intervista rilasciata a Le Monde dal carcere.

Da Le Monde 25.05.2009. Titolo originale: « Julien Coupat : 'La prolongation de ma détention est une petite vengeance' ». Intervista a cura di Isabelle Mandraud e Caroline Monnot.

Come vive la sua detenzione ?

Molto bene grazie. Flessioni, corsetta, lettura.

Può ricordarci le circostanze del suo arresto ?

Una banda di giovani incappucciati e armati fino ai denti si è introdotta a casa nostra con l’effrazione. Ci hanno minacciati, ammanettati e portati via, non senza aver preliminarmente fracassato tutto. Ci hanno rapiti a bordo di potenti bolidi circolanti a più di 170 km/h in media sull'autostrada. Nelle loro conversazioni, ritornava spesso un certo Sig. Marion [ex capo della polizia antiterrorista] le cui virili manifestazioni li divertivano alquanto, come quella che consisteva nello schiaffeggiare in tutta ilarità uno dei suoi colleghi, nel bel mezzo di una festa di congedo. Ci hanno sequestrato per quattro giorni in una delle loro « prigioni del popolo » stordendoci di domande la cui assurdità faceva a gara con l’oscenità.

Quello che sembrava essere il cervello dell’operazione si scusava vagamente di tutto questo circo spiegando che era colpa dei « servizi », lassù, dove si agitava gente di ogni tipo che ce l’aveva molto con noi. In questo momento i miei rapitori son ancora a piede libero. Certi fatti di cronaca recenti attesterebbero addirittura che continuano ad infierire in tutta impunità.

I sabotaggi sulle linee SNCF in Francia sono stati rivendicati in Germania. Cosa dice in proposito ?

Al momento del nostro arresto, la polizia francese è già in possesso del comunicato che rivendica, oltre ai sabotaggi che vorrebbe attribuirci, altri attacchi sopravvenuti simultaneamente in Germania. Questo volantino presenta numerosi inconvenienti : è stato imbucato ad Hannover, redatto in tedesco e inviato esclusivamente a giornali d’oltre-Reno, ma soprattutto non quadra con la favola mediatica sul nostro conto, quella del piccolo nucleo di fanatici che portano l’attacco al cuore dello Stato agganciando tre pezzi di ferro a delle catenarie. Hanno avuto cura, in seguito, di non menzionare troppo questo comunicato, né nel procedimento, né nella pubblica menzogna.

E’ vero che il sabotaggio delle linee del treno vi perde gran parte della sua aura di mistero : si trattava semplicemente di protestare contro il trasporto verso la Germania per via ferroviaria di scorie nucleari ultra-radioattive e di denunciare di passaggio la grande truffa della « crisi ». Il comunicato si conclude con un molto ferroviario « ringraziamo i viaggiatori coinvolti per la loro comprensione ». Che tatto, comunque, questi « terroristi » !

Si riconosce nelle qualifiche di « movimento anarco-autonomo » e di « ultrasinistra » ?

Mi permetta di fare un passo in dietro. Viviamo attualmente, in Francia, la fine di un periodo di congelamento storico il cui atto fondatore fu l’accordo stipulato tra gollisti e stalinisti nel 1945 per disarmare il popolo con il pretesto di « evitare una guerra civile ». I termini di questo patto potrebbero formularsi così per far presto : mentre la destra rinunciava ai suoi accenti apertamente fascisti, la sinistra abbandonava dal canto suo ogni seria prospettiva di rivoluzione. Il vantaggio di cui gode e su cui gioca, da quattro anni, la cricca sarkozista è di aver preso l’iniziativa, unilateralmente, di rompere questo patto, ricollegandosi « senza complessi » ai classici della pura reazione – sui folli, la religione, l’Occidente, l’Africa, il lavoro, la storia di Francia, o l’identità nazionale.

Di fronte a questo potere in guerra che osa pensare strategicamente e dividere il mondo in amici, nemici e residui trascurabili, la sinistra resta paralizzata. E’ troppo vile, troppo compromessa, e per dirla tutta, troppo screditata per opporre la minima resistenza a un potere che, lei, non osa trattare da nemico e che conquista ad uno ad uno i più furbi dei suoi elementi. Quanto all’estrema sinistra alla Besancenot, quali che siano i suoi punteggi elettorali, ed anche se fuoriuscisse dallo stato gruppuscolare in cui vegeta da sempre, essa non ha prospettive più desiderabili da offrire che un grigiume sovietico appena ritoccato su Photoshop. Il suo destino è di deludere.

Nella sfera della rappresentazione politica, il potere costituito non ha dunque nulla da temere, da nessuno. E non sono certo le burocrazie sindacali, più vendute che mai, che lo importuneranno, loro che da due anni danzano con il governo un balletto così osceno. In queste condizioni, la sola forza che sia in grado di impensierire la gang sarkozista, il suo solo nemico reale in questo Paese, è la strada: la strada e le sue antiche inclinazioni rivoluzionarie. Lei sola, di fatto, nei tumulti che hanno seguito il secondo turno del rito plebiscitario del maggio 2007, ha saputo sollevarsi per un istante all’altezza della situazione. Lei sola, alle Antille o nelle recenti occupazioni di aziende o di università, ha saputo far intendere un’altra voce.

Questa analisi sommaria del teatro delle operazioni ha dovuto imporsi abbastanza presto se i Servizi facevano apparire sin da giugno 2007, sotto la penna di giornalisti al seguito (e in particolare su Le Monde) i primi articoli svelanti il terribile pericolo che gli « anarco-autonomi » farebbero pesare su tutta la vita sociale. Si attribuiva loro, per cominciare, l’organizzazione dei tumulti spontanei che hanno, in tante città, salutato il « trionfo elettorale » del nuovo presidente.

Con questa favola degli « anarco-autonomi », si è disegnato il profilo della minaccia al quale il ministro dell’interno si è poi docilmente impegnato, tra arresti mirati e retate mediatiche, a conferire un po’ di carne e qualche volto. Quando non si riesce più a contenere ciò che deborda, gli si può ancora assegnare una casella e incarcerarvelo. Ora, quella di « casseur », in cui si incrociano ormai alla rinfusa gli operai di Clairoix, i ragazzini dei casermoni di periferia, gli studenti picchettatori e i manifestanti dei controvertici, certo sempre efficace nella gestione della pacificazione sociale, permette di criminalizzare degli atti, non delle esistenze. Ma è appunto intenzione del nuovo potere attaccare ormai il proprio nemico in quanto tale, senza attendere che si esprima. Tale è la vocazione delle nuove categorie della repressione.

Poco importa, in fin de’ conti, che non si trovi nessuno in Francia che si riconosca « anarco-autonomo », né che l’ultrasinistra sia una corrente politica che ebbe la sua ora di gloria negli anni ’20 e che non ha, in seguito, mai prodotto altro che inoffensivi volumi di marxologia. Del resto, la recente fortuna del termine « ultrasinistra » che ha permesso a certi giornalisti frettolosi di catalogare senza colpo ferire gli insorti greci del dicembre scorso deve molto al fatto che nessuno sappia cosa fu l’ultrasinistra, neanche che sia mai esistita.

A questo punto, e in previsione dei debordamenti destinati a sistematizzarsi, di fronte alle provocazioni di una oligarchia mondiale e francese colle spalle al muro, l’utilità poliziesca di queste categorie non dovrebbe più ammettere discussioni. Difficile predire, tuttavia, quale tra « anarco-autonomo » e « ultrasinistra » strapperà infine il plauso dello Spettacolo, allo scopo di relegare nell’inesplicabile una rivolta che tutto ormai giustifica perfettamente.

La polizia la considera il capo di un gruppo sul punto di precipitare nel terrorismo. Che ne pensa ?

Un’imputazione così patetica non può che dipendere da un regime sul punto di precipitare nel nulla.

Che significa per lei la parola « terrorismo » ?

Niente permette di spiegare perché il dipartimento dell’informazione e della sicurezza algerino, sospettato di aver orchestrato, con il beneplacito della DST, l’ondata di attentati del 1995, non sia classificato tra le organizzazioni terroriste internazionali. Niente permette di spiegare nemmeno l’improvvisa trasmutazione del « terrorista » in eroe della Liberazione, in interlocutore frequentabile per gli accordi di Evian, in poliziotto irakeno o in « talibano moderato » dei nostri giorni, secondo i gusti alterni della dottrina strategica americana.

Niente, se non la sovranità. E’ sovrano, in questo mondo, chi designa il terrorista. Chi rifiuta di aver parte a questa sovranità si guarderà bene dal rispondere alla sua domanda. Chi ne bramerà qualche briciola si concederà prontamente. Chi non soffoca di malafede troverà alquanto istruttivo il caso di quei due ex-« terroristi », divenuti l’uno primo ministro d’Israele, l’altro presidente dell’Autorità palestinese, ed aventi entrambi ricevuto, per giunta, il Premio Nobel per la pace.

La vaghezza che circonda la qualifica di « terrorismo », l’impossibilità manifesta di definirlo non attengono a qualche lacuna provvisoria della legislazione francese : esse sono a fondamento di una cosa che può essere benissimo definita : l’antiterrorismo, di cui formano piuttosto la condizione di funzionamento. L’antiterrorismo è una tecnica di governo che affonda le sue radici nella vecchia arte della contro-insurrezione, della guerra detta « psicologica », per rimanere educati.

L’antiterrorismo, contrariamente a ciò che vorrebbe insinuare il termine, non è un mezzo di lottare contro il terrorismo, è il metodo con cui si produce, positivamente, il nemico politico in quanto terrorista. Si tratta, attraverso tutta una ridda di provocazioni, infiltrazioni, sorveglianza, intimidazione e propaganda, attraverso tutta una scienza della manipolazione mediatica, dell’ « azione psicologica », della fabbricazione di prove e di crimini, attraverso la fusione anche del poliziesco e del giudiziario, d’annientare la « minaccia sovversiva » associando, in seno alla popolazione, il nemico interno, il nemico politico e il sentimento del terrore.

L’essenziale, nella guerra moderna, è questa « battaglia dei cuori e delle menti » in cui tutti i colpi sono permessi. Il procedimento elementare, qui, è invariabile : individuare il nemico allo scopo di separarlo dal popolo e dalla ragione comune, esibirlo sotto le sembianze del mostro, diffamarlo, umiliarlo pubblicamente, incitare i più vili a coprirlo di sputi, incoraggiarli all’odio. « La legge deve essere utilizzata semplicemente come un’altra arma nell’arsenale del governo e in questo caso non rappresenta niente di più che una copertura di propaganda per sbarazzarsi di membri indesiderabili del pubblico. Per il massimo di efficacia, converrà che la attività dei servizi giudiziari siano legati allo sforzo di guerra nel modo più discreto possibile », consigliava già, nel 1971, il generale di brigata Frank Kitson [ex-generale dell'esercito britannico, teorico della guerra contro-insurrezionale], che ne sapeva qualcosa.

Una volta tanto, nel nostro caso, l’antiterrorismo ha fatto cilecca. Non si è pronti, in Francia, a lasciarsi terrorizzare da noi. Il prolungamento della mia detenzione per una durata « ragionevole » è una piccola vendetta ben comprensibile, visti i mezzi mobilitati e la profondità del fallimento ; come è comprensibile l’accanimento un po’ meschino dei « servizi », dopo l’11 novembre, nell’attribuirci tramite la stampa le malefatte più fantasiose, o nel tampinare fino all’ultimo dei nostri compagni. Quanto questa logica di rappresaglia ha presa sull’istituzione poliziesca e sul cuoricino dei giudici, ecco ciò che avranno avuto il merito di rivelare, in questi ultimi tempi, gli arresti cadenzati degli « amici di Julien Coupat ».

Bisogna dire che alcuni si giocano, in questo affare, un pezzo intero della loro lamentevole carriera, come Alain Bauer [criminologo], altri il lancio dei loro nuovi servizi, come il povero Sig. Squarcini [direttore centrale dell’informazione interna], altri ancora la credibilità che non hanno mai avuto e che non avranno mai, come Michèle Alliot-Marie.

Lei viene da un ambiente molto agiato che avrebbe potuto orientarla in un’altra direzione...

« V’è della plebe in tutte le classi » (Hegel).

Perché Tarnac ?

Andiamo, può capire. Se non capisce, niente potrà spiegarglielo, temo.

Lei si definisce un intellettuale ? Un filosofo ?

La filosofia nasce come lutto chiacchierone della saggezza originaria. Platone intende già la parola di Eraclito come sfuggita a un mondo scomparso. Nell’epoca dell’intellettualità diffusa, non si vede cosa « intellettuale » potrebbe specificare, se non non l’estensione che separa, in lui, la facoltà di pensare dall’attitudine a vivere. Tristi titoli, in verità, e nient’altro. Ma per chi, appunto, bisognerebbe definirsi ?

E’ lei l’autore del libro L’insurrezione che viene ?

E’ l’aspetto più formidabile di questo procedimento : un libro riversato integralmente nel fascicolo dell’inchiesta, interrogatori in cui si cerca di farvi dire che vivete come è scritto nell’Insurrezione che viene, che manifestate come è preconizzato nell’Insurrezione che viene, che sabotate linee di treni per commemorare il colpo di stato bolscevico dell’ottobre 1917, visto che è menzionato nell’Insurrezione che viene, e un editore convocato dai servizi antiterrorismo.

A memoria francese, non s’era visto da molto tempo che il potere avesse paura per colpa di un libro. Si era piuttosto abituati a ritenere che, fintanto che l’estrema sinistra fosse occupata a scrivere, almeno non avrebbe fatto la rivoluzione. I tempi cambiano, questo è certo. La serietà della storia fa ritorno.

Ciò che fonda l’accusa di terrorismo rivoltaci è il sospetto della coincidenza di un pensiero e di una vita ; ciò che fa l’associazione a delinquere è il sospetto che questa coincidenza non sarebbe lasciata all’eroismo individuale, ma sarebbe l’oggetto di un’attenzione comune. Negativamente, ciò significa che non si sospetta nessuno, di coloro che firmano col loro nome tante critiche feroci del sistema attuale, di mettere in pratica la benché minima delle loro ferme risoluzioni ; l’affronto è grave. Purtroppo, io non sono l’autore dell’Insurrezione che viene – e tutto questo affare dovrebbe piuttosto convincerci definitivamente del carattere essenzialmente poliziesco della funzione-autore.

Ne sono, per contro, un lettore. Rileggendolo, non più tardi di una settimana fa, ho meglio compreso il rabbioso accanimento isterico che si esercita, nelle alte sfere, per perseguirne i presunti autori. Lo scandalo di questo libro è che tutto ciò che vi figura è rigorosamente, catastroficamente vero, e non cessa di verificarsi ogni giorno di più. Giacché ciò che si verifica, sotto le apparenze di una « crisi economica », di un « crollo della fiducia », di un « rifiuto di massa delle classi dirigenti » è proprio la fine di una civiltà, l’implosione di un paradigma : quello del governo, che regolava tutto in Occidente – il rapporto degli esseri a loro stessi non meno dell’ordine politico, la religione o l’organizzazione delle imprese. V’è, a tutti i livelli del presente, una gigantesca perdita di padronanza a cui nessuna macumba poliziesca offrirà rimedio.

Non è trafiggendoci di pene detentive, di sorveglianza pignola, di controlli giudiziari e di divieti di comunicare, col motivo che saremmo noi gli autori di questa lucida constatazione, che si farà svanire ciò che è constatato. Il proprio delle verità è di sfuggire, appena enunciate, a coloro che le formulano. Governanti, non vi sarà servito a niente di assicurarci alla giustizia : al contrario.

Lei sta leggendo Sorvegliare e punire di Michel Foucault. Quell’analisi le pare ancora pertinente ?

La prigione è senz’altro il piccolo sporco segreto della società francese, la chiave, e non il margine, dei rapporti sociali più presentabili. Ciò che si concentra qui in un tutto compatto, non è un mucchio di barbari inselvatichiti, come ci si diverte a far credere, bensì l’insieme delle discipline che intessono, all’esterno, l’esistenza cosiddetta « normale ». Sorveglianti, refettori, partite di calcio nel cortile, programmazione del tempo, divisioni, cameratismo, bastone, bruttura delle architetture : bisogna aver soggiornato in prigione per misurare appieno, per esempio, ciò che la scuola, l’innocente scuola della Repubblica, contiene di carcerario.

Considerata sotto questa angolatura inoccultabile, non è la prigione che sarebbe un ricettacolo per i malriusciti della società, ma la società presente che fa l’effetto di una prigione malriuscita. La stessa organizzazione di separazione, la stessa amministrazione della miseria mediante l’hashish, la TV, lo sport e il porno regna dovunque, altrove, sebbene con minor metodicità. In breve, queste alte mura non sottraggono allo sguardo se non questa verità, dalla banalità esplosiva : sono vite ed anime sotto ogni profilo simili, quelle che si trascinano da una parte e dall’altra del filo spinato, e a causa sua.

Se si dà la caccia con tanta avidità alle testimonianze « dall’interno » che esporrebbero infine i segreti che la prigione cela, è per meglio occultare il segreto che essa è : quello della vostra servitù, di voi che siete ritenuti liberi mentre la sua minaccia pesa invisibilmente su ciascuno dei vostri gesti.

Tutta l’indignazione virtuosa che circonda il marciume delle galere francesi e i loro suicidi a ripetizione, tutta la grossolana contro-propaganda dell’amministrazione penitenziaria che mette in scena per le telecamere secondini votati al benessere del detenuto e direttori del gabbio preoccupati del « senso della pena », insomma : tutto questo dibattito sull’orrore dell’incarcerazione e la necessaria umanizzazione della detenzione è vecchio come la prigione. Fa persino parte della sua efficacia, permettendo di combinare il terrore che essa deve ispirare con il suo statuto ipocrita di castigo « civile ». Il piccolo sistema di spionaggio, di umiliazione e di rapina che lo Stato francese dispone più fanaticamente di qualsiasi altro in Europa attorno al detenuto non è nemmeno scandaloso. Lo Stato lo paga ogni giorno cento volte più caro, nelle sue periferie, ed evidentemente non è che un inizio : la vendetta è l’igene della plebe.

Ma la più notevole impostura del sistema giudiziario-penitenziale consiste certamente nel pretendere che esso esisterebbe per punire i criminali mentre non fa che gestire le illegalità. Qualunque padrone - e non solo quello di Total -, qualunque presidente di consiglio generale - e non solo quello di Hauts-de-Seine -, qualunque poliziotto sa quanta illegalità ci vuole per esercitare correttamente il proprio mestiere. Il caos delle leggi è tale, al giorno d’oggi, che è bene non cercare troppo di farle rispettare, e l'Antidroga – anche lei – fa bene a limitarsi solo a regolare il traffico, e non a reprimerlo, cosa che sarebbe socialmente e politicamente suicida.

La divisione non passa dunque, come vorrebbe la finzione giudiziaria, tra il legale e l’illegale, tra gli innocenti e i criminali, ma tra i criminali che si giudica opportuno perseguire e quelli che si lasciano in pace come richiede la polizza generale della società. La razza degli innocenti è estinta da molto tempo e la pena non è ciò a cui vi condanna la giustizia : la pena è la giustizia stessa, non è dunque questione per i miei compagni e per me, di « reclamare la nostra innocenza », come la stampa si è ritualmente lasciata andare a scrivere, ma di mettere in rotta l’avventurosa offensiva politica rappresentata da tutto questo procedimento infetto. Ecco alcune delle conclusioni alle quali la mente è portata a ricondurre Sorvegliare e punire partendo dalla Santé [prigione di Parigi]. Non si suggerirà mai abbastanza, visto ciò che i foucaultiani fanno da vent’anni dei lavori di Foucault, di spedirli in pensione, per qualche tempo, da queste parti.

Come analizza ciò che le sta accadendo ?

No, si sbaglia : ciò che ci accade, ai miei compagni e a me, accade anche a lei. E’ d’altra parte qui la prima mistificazione del potere : nove persone sarebbero perseguite nel quadro di una procedura giudiziaria di « associazione a delinquere di stampo terroristico », e dovrebbero sentirsi particolarmente interessati da questa grave accusa. Ma non v’è un « affaire Tarnac », non più di quanto vi sia un « affaire Coupat » o un « affaire Hazan » [editore dell’Insurrezione che viene]. Quello che c’è, è un’oligarchia vacillante da ogni punto di vista, che diventa feroce quando si sente realmente minacciata. Il Principe non ha più altro sostegno che la paura che ispira quando la sua vista non eccita più nel popolo che l’odio e il disprezzo.

Quello che c’è, davanti a noi, è una biforcazione, al tempo stesso storica e metafisica : o passiamo da un paradigma del governo a un paradigma dell’abitare, al prezzo di una rivolta crudele ma sconvolgente, oppure lasciamo che si instauri, su scala planetaria, questo disastro climatizzato in cui coesistono, sotto l’egida di una gestione « senza complessi », un’élite imperiale di cittadini e delle masse plebee tenute a margine di tutto. V’è dunque, a tutti gli effetti, una guerra, una guerra tra i beneficiari della catastrofe e coloro che si fanno della vita un’idea meno anoressica. Non si è mai visto che una classe dominante si suicidi di buon grado.

La rivolta ha delle condizioni, non ha una causa. Quanti ministeri dell’Identità nazionale, quanti licenziamenti alla moda Continental, quante retate di clandestini o di oppositori politici, quanti ragazzini fatti fuori dalla polizia nelle periferie, quanti ministri che minacciano di togliere il diploma a coloro che osano ancora occupare la loro università ci vogliono, per decidere che un tale regime, anche installato da un plebiscito apparentemente democratico, non ha alcun titolo ad esistere, e merita solo di essere rovesciato ? E’ una questione di sensibilità.

La servitù è l’intollerabile che può essere infinitamente tollerato. Siccome è una questione di sensibilità e questa sensibilità è immediatamente politica (non per il fatto che si domandi « per chi vado a votare ? », ma « la mia esistenza è compatibile con tutto ciò ? »), per il potere è una questione di anestesia, cui risponde mediante la somministrazione di dosi vieppiù massicce di divertimento, di paura e di stupidità. E laddove l’anestesia non opera più, quest’ordine che ha riunito contro di sé tutte le ragioni di rivoltarsi tenta di dissuadercene mediante un piccolo terrore apposito.

Noi non siamo, i miei compagni ed io, che una variabile di questa apposizione. Ci sospettano, come tanti altri, come tanti « giovani », come tante « bande », di non essere più solidali con un mondo che sta sprofondando. Su questo solo punto, non mentono. Fortunatamente, l’accozzaglia di truffatori, impostori, industriali, finanzieri e ragazzine, tutta questa corte di Mazzarino sotto neurolettici, di Luigi Napoleone in versione Disney, di Fouché della domenica che per il momento ha in mano il Paese, manca del più elementare senso dialettico. Ogni passo che fanno verso il controllo di tutto, avvicina la loro sconfitta. Ogni nuova « vittoria » di cui si vantano diffonde un po’ più largamente il desiderio di vederli a loro volta vinti. Ogni manovra con cui s’immaginano di confortare il loro potere finisce per renderlo odioso. In altri termini : la situazione è eccellente. Non è il momento di perdere il coraggio.

1 Commento a "Un rivoluzionario a piede libero"

  1. Anonimo

    Comitato di sostegno ai fermati dell'11 novembre: www.soutien11novembre.org

    Posted on 31 maggio 2009 14:26

     

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